giovedì, 31 maggio 2007
Ore : 21:14

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di Stefano Salvi
l’assordare del singolo
 

Occupatissimi, ingorgati dei vari intrattenimenti, tentiamo – e sempre un poco, da casa, orecchiando l’esattezza spettacolare della realtà-kolossal, e comodi, corroborati molto dal giornaliero quoziente di morte (altrui), di necrofilia ecc. – ad ogni costo di vivere il presente, e di disturbare almeno qualcuno. Intanto, reagiamo con stizza alla nostra reificazione. Tanto il nostro malessere quanto l’accertabile del nostro adattarci si mischiano al generale ed interminabile chiacchierare, ad un mormorare assordante. L’“assetto economico”, fattosi adulto, intride le nostre ossa e ci fa sempre sperare in bene; irrompe in noi da tutto il corpo, sottratto da verifica in virtù di un suo saldissimo equipaggiamento teologico, imperscrutabile. Fede salda, per una tale “economia”; pone infatti impraticabile il dubitare, l’additare magari le tetre distese dei morti da fame, i criminali ecologici; e, anche, il suo potere deve benedirci con la sua incontrollabilità.


giovedì, 17 maggio 2007
Ore : 23:01

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Alcune “smanie corporative” fra i poeti giungono già subito all’apparire di un certo poterino minimo, quando appena ci si è garantiti una carrierina. Le lobby, le combriccole ben soleggiate – il versante in luce dei gemelli identici, dei compari, degli orecchianti a servizio (spesso i più intransigenti), degli attivissimi loquaci, ecc. – sollevano (salvano), oltre a loro stessi, solo lo stuolo in fila (il codazzo) degli annettibili in prova, nel tentativo di passare gli altri sotto silenzio, di moltiplicare le cancellazioni. E i devoti alle furberie servili, sballottati nel chiacchierare senza tregua, pongono le loro apparizioni e trovano i loro compromessi, tra gli ininterrotti vincoli pseudoculturali, e l’angustia… Scrivono recensioni-diarietto, dove l’ambiguo sostituisce la forza di prendere posto e parere… E, mentre vantano il dialogo e la comunità, con l’alzata di spalle comoda, rapida e un po’ codarda, si sentono in dovere di “rifiutare” i molti, per sbarazzarsi della fastidiosa concorrenza…

domenica, 17 dicembre 2006
Ore : 20:34

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Il cammino verso lo svelamento ed il cambiamento può essere compiuto solo dal/nel singolo. Tralasciando le trame del “voler affrancare e riscattare il mondo”, solo dal/nel singolo e dal/nel suo vivere positivo si può tornare a “dare forma” al mondo, «facendo un’immagine della sua mancanza di immagini» (F. Dürrenmatt, Lo scrittore nel tempo, 1966). E in questo è un (vero) atto creativo, che solo può manifestare – contro l’unità che porta la scienza – la libertà e la molteplicità dell’enigma. Quanto questo singolo può consegnare è il riprodurre realtà fittizie. Ciascuno dei suoi reali sta come una successione inesauribile di eventualità di attuare dei reali, di disdirli, di darne modelli, abilità differenti. Egli porta a nascita, revoca, permuta e ristruttura delle finzioni. Di “propriamente reale” non possono che figurare i materiali di cui esso si serve. Per l’intellettuale-scrittore la sfida è il nominare con cognizione la realtà, ma la sua sfida è solo praticabile come un fare armato di nient’altro che di molte varianti di finzione. Un limite ma non una incapacità; piuttosto, queste finzioni hanno rispetto alla realtà una maggiore efficacia, così riportandola a trasparenza.


lunedì, 11 dicembre 2006
Ore : 14:34

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[…] Ma una vera dissidenza – un impegno che guardi ad una nozione del presente e dei suoi meccanismi (con uno sguardo alla realtà dei media, alla loro correlazione con il modus vivendi delle folle, a come l'arte mira a scardinare questi rapporti, ecc.), alla aderenza e alla possibilità dei linguaggi nella resa di un'esperienza-mondo ad essi esterna – oggi si può anche fare se si trova una pratica contraria alla “informazione”, ed al girare a vuoto delle “comunicazioni di massa” e della loro strumentazione: e credo si possa interferire con le modalità dell’interscambiabile con il rallentare le modalità del vedere e dell’ascoltare – e moltiplicando ogni luogo del difficile – e tentando un infittire l’immersione. Credo ci si debba restituire al parlare della profondità, e non esimersi da stratificazioni.


lunedì, 04 dicembre 2006
Ore : 20:58

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Queste comunità/comitive vivono e si nutrono di regole davvero esclusive, di censure atte ad impedire una piena (la residua) libertà – possibilità – di espressione: tale esclusività serve innanzitutto per non permettere che ci si allontani dalla visione “giusta”, unica, della poesia – per confermare che esiste solo quella – e perché una poesia migliore della loro metterebbe in luce (anche ai loro occhi) quanta pochezza e mediocrità propagano (il congegno dei sottolivelli vive di automitizzazioni, autovalorizzazioni ecc.). Ma anche: per limitare gli spazi e lasciare che solo loro “primeggino”, per garantirsi il maggior sfogo possibile alla urgentissima necessità di essere sempre presenti, di dire sempre qualcosa, di parlare sempre su tutto, letteratura, e società, costume, ed anche a costo di apparire molto ridicoli, irritanti, qualunquisti.


Ore : 14:36

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Una “comitiva di autori”, generalmente, si costituisce intorno ad uno (o due) sai-di-quello-si-dice-che-sia-quasi-arrivato. È il mediocre, la trentina passata, stanco, che sa qualche corda più degli altri per darsi arie e farsi credere (di solito cita gli “amici”, le conoscenze vaste che “ha nel settore” e gli “appoggi in alto”): uno che ha avuto qualche riga su una rivistina, il nomicino stampato un paio di volte, che ha “pubblicato” (e investendoci spesso un piccolo capitale) almeno una decina di libricini, e che è “in giro” da tanto di quel tempo e ha talmente stancato gli altri con i suoi “lavori” che è riuscito a fare qualche passettino, e che si è fatto lui la rivista, il sito web, ecc.


domenica, 03 dicembre 2006
Ore : 15:21

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Fuori dai “gruppi”, invece, ci si trova in pieno nel sottobosco (credo che questa, da come ho letto, sia la definizione che piace ai molti), luogo sempre affascinato dalle spaccature, ed inadeguato ad una qualsiasi unità, composto spesso dai ciarlieri amanti dei fraintendimenti futili e bambineschi, attaccati ad ogni avvisaglia di “sgarbo”… Ecco, io credo che anche “qui” le spaccature piacciano a tutti, e davvero molto, e che piaccia particolarmente litigare e dire l’uno dell’altro il male possibile. Quelli-del-sottobosco adorano la polverizzazione, si sentono minacciati anche da un crocchio di due persone: subito vedono lì dietro il complotto per escluderli.


sabato, 02 dicembre 2006
Ore : 15:54

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Alcune “smanie corporative” fra i poeti giungono già subito all’apparire di un certo poterino minimo, quando appena ci si è garantiti una carrierina. Le lobby, le combriccole ben soleggiate – il versante in luce dei gemelli identici, dei compari, degli orecchianti a servizio (spesso i più intransigenti), degli attivissimi loquaci, ecc. – sollevano (salvano), oltre a loro stessi, solo lo stuolo in fila (il codazzo) degli annettibili in prova, nel tentativo di passare gli altri sotto silenzio, di moltiplicare le cancellazioni. E i devoti alle furberie servili, sballottati nel chiacchierare senza tregua, pongono le loro apparizioni e trovano i loro compromessi, tra gli ininterrotti vincoli pseudoculturali, e l’angustia… Scrivono recensioni-diarietto, dove l’ambiguo sostituisce la forza di prendere posto e parere… E, mentre vantano il dialogo e la comunità, con l’alzata di spalle comoda, rapida e un po’ codarda, si sentono in dovere di “rifiutare” i molti, per sbarazzarsi della fastidiosa concorrenza.


martedì, 28 novembre 2006
Ore : 14:16

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Appurare tutto quello che è accaduto nella fisionomia dell’odierno vuole proprio dire vedersi nel mezzo di distanze a gorgo, mani nel buio, e segnati dall’ininterrotta violenza e violazione, dalle fuorvianti asimmetrie – e dove le alternative non sono mai distinguibili – che ovunque si vedono, messe in atto, dai decisori e selezionatori di catastrofi, per non allarmare la società e mantenerci senz’altro in sicurezza, ed a ridosso dei comportamenti (degli “ideali” intercambiabili) indotti dai mass media: si soccombe in molti davanti all’incremento delle quote di svago, stancati di allettamenti frenetici e dall’immeditato scorrere, e condizionati, per adattamento noncurante, da un vuoto cospicuo. Sempre, attorno, pervasivi logorii ostacolano l’intelligenza. L’attualità, nostro volto, vive proprio dell’incremento dell’impronta su noi di questi logorii, e degli agguati della loro attività modellante; ovunque, assiduamente, si partecipa alle potenzialità della dispersione e della distrazione. È un’iniziativa che vuole restringere ogni individuo – per adesione all’offerta del frenetico, ai congegni dell’evasione-convulsione ininterrotta e al culto/rispecchiamento dell’immediato allettante (il gusto per il sùbito “passare oltre”, per l’avvistamento rapido o azzeramento dell’analisi, nel postulato della superficialità, ecc.) – ai richiami all’insofferenza verso pratiche che vogliano “trattenere” e non fornire l’intervento del sollievo. Tale è (dovrebbe essere) l’attenzione dell’intellettuale-scrittore, assunta – quando non espressa nei salotti dei talk-show – infatti nell’indifferenza della collettività. E per dirla con Adorno e Horkheimer: «Ogni voce discorde è soggetta a censura; l’addestramento al conformismo si estende fino alle emozioni più intime e sottili. In questo gioco l’industria culturale riesce a presentarsi come spirito obbiettivo nella misura stessa in cui riprende volta a volta tendenze antropologicamente vive nei suoi clienti. Ricollegandosi a queste tendenze, corroborandole e offrendo loro una conferma, essa può nello stesso tempo espungere, o anche condannare esplicitamente, tutto ciò che rifiuta la subordinazione» (in Lezioni di sociologia, 1966).


lunedì, 27 novembre 2006
Ore : 16:11

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L'aspetto problematico della comprensione, costituendosi come massimale enunciato-musica, diventa la lettura a posteriori di quanto la poesia suscita. […] Dunque, io premo per la costruzione di una rarefazione che renda inessenziale l’esposizione. […] Destinazione della organizzazione in poesia, per me, deve essere l’impatto altro che scaturisce dal destituire di mansione la lingua, ed una particolare sorta di afasia: l'urto che preme dal derubricare di ruolo e funzione la parola, terribile e drammatico, tellurico, che porta alla luce le profonde implicazioni del suono.
La creazione della lingua non è avvenuta una volta per tutte: la lingua – e l'immagine, anche – esiste solo grazie ad una creazione perennemente rinnovata. Il dato intenzionale si deve attuare nella costruzione (sostituzione) di “materiale sonoro” in luogo di “senso”, di richiami timbrici, e di paesaggi grammaticali, dove il tessuto linguistico deve convogliare astratti orditi architetturali, sfrenati espedienti di meaninglessness (con tutti i possibili particolari di labirinto). Trovo che il fatto principale in poesia stia nell’infittire il bordo della lingua, e nell’enunciare (e moltiplicare) il sottrarsi delle cose (delle parole, dunque, poiché esse precedono le cose): si deve far eccedere lo scavo o cifra dell’attonito, l’inatteso, lo spazio di taciuto. In questo, si deve tentare un dare per frammento, metafora freatica o dedalica, a correggere ogni trasparenza nel sottratto e nell’equivoco, [...] trovare la suggestione moltiplicante della lingua.

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